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L_Antonio
“Dico cose controcorrente ma ormai alla mia età cosa rischio? Al massimo di essere rottamato.”


Gli Ultimi


16 maggio 2012

Etica

 

Oggi su l’Unità Tommaso Labate ricordava la frase di Nenni sui puri in politica: “a fare a gara a fare i puri, trovi sempre uno più puro che ti epura”. Sacrosanto. La riduzione della politica a etica porta a questi inconvenienti. In realtà, l’etica dovrebbe essere una specie di stella fissa della politica, ma non sostituirla surrettiziamente. Guardatevi da chi vorrebbe tirar via i partiti per instaurare una specie di regime talebano della società civile. Vi sta fregando. Vuole soltanto vincere le elezioni prendendo una scorciatoia ed eludendo i controlli.

L’etica suddivide tra ipotetici virtuosi e no. Mette il male di qua e il bene di là. Traccia linee insuperabili, invoca giudizi divini sulle qualità personali di qualcuno, butta all’ammasso il male (la dialettica tra i partiti) per salvare un presunto bene (di solito coincidente con se stessi e la propria fulgida ‘novità’). La politica, il linguaggio della politica è almeno più sincero. Pronuncia chiaramente la parola ‘avversari’, non getta fango gratuito ma tenta di valutare le proposte a cui ne contrappone altre, suddivide i cittadini a secondo delle libere opinioni, garantisce nelle istituzioni un dibattito pubblico, aperto, senza discriminazioni. Non rappresenta una scena in terra di angeli e demoni, non dice ‘nuovo’ tante per demonizzare il presunto ‘vecchio’, non grida ‘dagli all’untore’.

Ecco. L’etica dovrebbe ispirare essenzialmente le gesta della classe politica (e aggiungo ANCHE dei cittadini che alzano sovente il ditino accusatore!), ma il dominante ciarlare moralistico, alla fine, mette sempre in scena la stessa sequenza, per cui si inveisce contro gli interessi di parte, di schieramento, di partito e si invoca astrattamente un presunto bene comune. Si taccia la lotta politica di essere faziosa e ‘impura’ e ci si appella al governissimo, al montismo, al terzismo, al terzopolismo, purché sia capace di neutralizzare lo scontro politico, la dialettica, il gioco istituzionale, la partecipazione effettiva e ridurre tutto all’ammasso mediatico-populista. È un gioco, ovviamente, una specie di consapevole burla. Perché colui che invoca il superamento della politica, il trionfo della tecnica, l’etica al potere, di solito è un centrista equilibrista, un funambolo, un acrobata della rendita politica, che tenta di entrare nella stanza dei bottoni (leggasi poltrone) per la porta di servizio, evitando il confronto politico, la lotta tra i partiti e gli schieramenti, insomma il campo di battaglia, dove si può anche perdere se la proposta politica venisse putacaso giudicata inefficace e inadeguata.

Perché è questa la differenza tra etica e politica, nel rispetto di entrambe: in politica ci si divide e vince quasi sempre (si spera) quello con la proposta più equa ed efficace. Chi impugna l’etica come una clava vorrebbe invece battere l’avversario dinanzi al tribunale della morale di cui si nomina giudice in pectore, senza fase dibattimentale, solo con una sentenza inoppugnabile. L’antipolitica affonda anche qui le sue radici, in questa poltiglia. D’altra parte, è proprio invocando l’etica a ogni piè sospinto che la si riduce a uno spauracchio inefficace. Chi fa politica sa bene che il migliore operare è quello trasparente e rispettoso di leggi e regole, che certo non può bastare per moltiplicare i posti di un asilo nido o, tanto più, per battere la crisi mondiale. L’etica è solo una base personale e civile, poi servono le competenze e soprattutto serve un confronto limpido tra forze politiche antagoniste che si sfidano pubblicamente. Lo ‘schieramento’ non è un demonio, ma una garanzia. E la politica lo strumento per essere liberi di prender parte alla discussione pubblica, esporre le proprie idee e contare davvero qualcosa.


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15 maggio 2012

Trulleri trulleri

 IL LIBRO DELLE RADICI

Si chiama rassemblement, ma in pratica è una contorta ammucchiata dettata soltanto dalla fifa matta di spappolarsi. Non dovrebbe nascere così il PPE in stile italiano, ma in modo più consono. Disgraziatamente il centrodestra ha subito uno smottamento, Casini ha mollato d’amblais i suoi partner terzisti, l’antipolitica avanza minacciosa, il fu PDL sembra una scheggia impazzita. Da questo putiferio al massimo nasce una caciara, non una proposta politica. Te credo che Grillo ha buon gioco a destra: quello non è nemmeno un esercito in rotta (che ha comunque una propria tremenda dignità), ma sembra piuttosto un club di fumatori a cui sia stato improvvisamente annunciato uno sciopero a oltranza dei tabaccai.

E allora. La proposta di costruire un asse tra moderati e progressisti, a fronte del presunto PPE italiano di cui sopra, sembra una strategia biblica, tanto è densa di spessore. Davvero è l’unico progetto sensato in campo, l’unico cuneo capace di rompere il fronte di antipolitica e di crisi che ci sta stringendo. Fioroni oggi ricorda il primo centrosinistra, quello di Moro e Nenni. Ma non serve nemmeno andare troppo lontani o essere così ambiziosi. Basterebbe rimettere in sesto le istituzioni, tessere di nuovo una linea tra vertice dello Stato e cittadini, porre mano al tema dell’equità, avvicinare l’abisso che si chiama disuguaglianza sociale, restituire dignità al lavoro, alla scuola, alla cultura, dare forza ai diritti, ricostruire uno spirito nazionale e una solidarietà sociale.

Non è poco, certo, e forse è molto più di quanto Moro e Nenni immaginarono 50 anni fa. Ma il PD è il perno giusto di questa sfida, perché viene da tradizioni politiche e culturali forti, che si sono messe in gioco, e puntano all’innovazione effettiva, non al ‘novismo’. Ecco ciò che lo distingue dai tanti esperimenti grillino-liberisti che si succedono in questi mesi, ultimo quello di Montezemolo Godot. Ma io non conosco alberi senza radici. E queste non servono solo a radicare al suolo, ma a raccogliere dalla terra tutti i tesori che vi si celano. Non a caso il PD è l’unico partito nazionale italiano: da qui, da questa storia italiana, sociale, da questa comunità, da questa cultura trae linfa e auspici. Il grillino saltella, invece, ItaliaFutura svolazza, il PDL crolla, il terzista ondeggia nel vuoto pneumatico della non-scelta: ma dove credono di andare, così trulleri trulleri?


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14 maggio 2012

Eltzin 3.0

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Dicevamo di Renzi che ha chiesto le primarie e vorrebbe rottamare Bersani. Nulla di nuovo sotto il sole. La novità (ma fino a un certo punto) è che Ciwati 3.0 sul Post si è subito accodato alla richiesta. Anzi, ha voluto imprimere alla vicenda un’escalation vertiginosa di rilanci. Così che la classica ‘renzata’ è stata persino surclassata da Ciwati 4.0 con: 1) non solo primarie ma richiesta di una nuova guida per il PD; 2) deve discuterne la direzione nazionale entro la prossima settimana; 3) quindi Congresso e resa dei conti; 4) Bersani è ormai sotto botta e avrebbe finalmente trovato il suo Eltzin (3.0?); 4) nella nuova fase che si apre nella fervida mente di Ciwati 5.0, non ci sarebbero solo Bersani e Renzi, ma altri, e lui stesso in primis se trovasse tempo tra una mail, un sms, un post, un commento su facebook, una scorsa al blog, una richiesta di primarie anche per il condominio di casa e un andirivieni sulla rete da paura.

Ecco. Mentre nel mondo reale Bersani e altri ci mettono la faccia e anche di più, il governo Monti affronta le insidie della crisi, il rigore sta trasformando le famiglie in colabrodi, cresce la povertà e non si intaccano le disuguaglianze anzi, i due giovani sparvieri sembrano usciti da un sogno, anzi sembrano fatti proprio della stessa materia di un sogno, come Giulietta. E siccome non è bello infrangere un sogno, fate piano, camminate in punta di piedi, sospirate appena. Diremo anche alla crisi mondiale di evitare trambusti, e se proprio l’economia reale cadrà sotto i colpi dei derivati, o l’Europa si infrangerà in mille pezzi, e le condizioni di vita peggioreranno, e Grillo dopo i vaffa passerà a vie di fatto somministrando olio di ricino, cercheremo di attutire il colpo, di smorzare l’eco, di mitigare il frastuono. Chissà, un giorno il mondo non esisterà più, crollato sotto i colpi di qualche disastro apocalittico, ma loro ostinatamente continueranno a prendersela con Bersani e a postarsi l’un l’altro in un’escalation terribile di rilanci (“primarie, secondarie, terziarie, tombola!”), ignari che facebook si è ridotto a due soli amici, loro due appunto, e una scarica di disperati ‘I like’ nel deserto.


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12 maggio 2012

Marketing antipolitico

 

Le recenti elezioni per il Senato Accademico di Tor Vergata, almeno dal punto di vista della comunicazione, potrebbero assurgere quasi a caso di studio. Leggo dai giornali che ha vinto Blocco Studentesco, organizzazione di destra. Ma passando con l’automobile da quelle parti in queste settimane di campagna elettorale non ho visto alcun manifesto di Casapound o del ‘Blocco’. Né pare che la campagna elettorale sia stata condotta su basi ideologiche o politiche. Non c’erano simboli di appartenenza, soltanto candidati che hanno promosso campagne di comunicazione quasi goliardiche, neutre, asettiche, apparentemente ingenue. Mi dicono che anche l’approccio con gli studenti è stato molto soft, amicale, quasi goliardico. Come se la politica non ci fosse, non entrasse in gioco. E nemmeno le risorse pubbliche in palio o i poteri del Senato Accademico. “Li conosco, sono amici miei, sono simpatici, ti puoi fidare di loro” erano i messaggi utilizzati per convincere gli studenti a votare per i candidati del Blocco, che come tali non si presentavano, piuttosto apparivano ragazzi qualsiasi e senza un’identità collettiva.

Dicevo che è un possibile caso di studio. Perché stavolta non assistiamo al solito marketing politico che impacchetta candidati e partiti per vendere comunque un bene politico a tutti gli effetti, magari solo un po’ edulcorato. No, stavolta ho come l’impressione che si sia venduta agli studenti una cosa che invece era un’altra. Non marketing politico, ma marketing antipolitico portato all’estremo: faccio politica ma la presento comunicativamente, persino simbolicamente, come non-politica. Impacchetto il prodotto con la carta dei biscotti, ma dentro ci metto una scatola di tonno. Siamo ben oltre l’antipolitica di Grillo, che almeno si riferisce apertamente all’arena politica. Il marketing antipolitico sarebbe invece capace di candidare in Parlamento qualcuno, come se questi dovesse entrarvi ignari o per motivi marginali, secondari, per gioco quasi, celando gli intenti, l’identità, il programma come e non interessassero o fosse meglio celarli. Un packaging dissimulatore, che disorienta, che non ci fa capire che gioco si stia giocando. Temo che il marketing antipolitico possa essere, almeno in parte, la nuova frontiera comunicativa di elettori frastornati e sempre più estranei al gioco. Ecco perché serve la politica, le identità dichiarate, un linguaggio franco, la discussione nel merito. Insomma, l’incarto giusto per la merce corrispondente.


11 maggio 2012

Il picconatore-rottamatore

 

Bersani non sarebbe legittimato. Lo ha detto Renzi. Per Renzi l’unica legittimazione politica viene dalle primarie: di partito MA aperte. Capite la finezza? ‘Di partito’, così non si trova a lottare con la società civile di turno a firma SEL o IDV. ‘Aperte’ così votano tutti, ma proprio tutti, in massima parte non iscritti al PD, ovviamente. A suo parere le primarie aperte di partito legittimerebbero il leader; e invece mesi e mesi di pratica politica ad altissimi livelli e su terreni più che sconnessi, quasi macerie, talvolta persino a due passi dal precipizio, non legittimerebbero alcunché. È come dire che i generali non nascono sul campo di battaglia (dove si rischia davvero), e nemmeno alla scuola di guerra (dove si deve studiare), ma al circolo ufficiali, tra un'olivetta e l’altra, dopo un sorteggione alla Fantozzi (perché questo sono le primarie aperte, un sorteggione irrazionale: vedi Palermo o Napoli, per dire). D’altronde che Renzi tiri fuori il capo adesso, come una talpa insonnolita, è ragionevolissimo. Non l’ha fatto in battaglia (mesi e mesi di crisi e di Monti), non l’ha fatto alla scuola di guerra (troppa fatica lo studio, mica è Fassina), ha scelto una fase in cui è chiaro che la destra si sta squagliando, il centro boccheggia e solo il PD ha assunto il ruolo di cerniera nazionale, di partito della nazione attorno al quale dovrà coagularsi un fronte politico, a meno che non si scelga ancora la strada dei picconatori come nel 1992. Dinanzi al bivio è già chiaro con chi si schiererebe Renzi: coi picconatori (il concetto di ‘rottamazione’ è sovrapponibile), con quelli che sfasciano la politica per ridurla al sorteggione di cui sopra. In questo potrebbe essere più bravo persino della destra antipolitica, di quei tromboni della Lega, o di chi manovra il fantasma della società civile come un randello a uso proprio. Il PD, invece, propone un progetto riformista. Mica acquetta. Una cosa difficile rispetto a chi utilizza il solito trucchetto comunicativo di attaccare apertamente quelli che contano purché se ne parli. Roba vecchia. Se il PD fosse renziano eravamo già andati a elezioni, forse avremmo vinto ma ora staremmo come la Grecia, nel totale abbandono e nel tutti contro tutti. Gotor ieri ha parlato dei ‘sacrifici’ del partito democratico, finalizzati tuttavia alla realizzazione di un nuovo contesto utile a tutti. Ecco, Renzi i passi avanti li fa per se stesso e solo al momento per lui più opportuno, quasi sempre attaccando Bersani, all’americana, così il Corriere ci fa un pezzo. E l’omo campa.

Nella foto, uno strumento di lotta politica antistituzionale


10 maggio 2012

È la legge sui Sindaci bellezza!

 

È bastata un po’ di realtà, e le chiacchiere sul montismo e sul terzopolismo sono andate a farsi fottere. Le macerie non consentono tanti svoli, e nemmeno di accomodarsi al centro e campare di rendita. Qual è il centro in un territorio devastato? Sfido Casini a trovarlo. I cosiddetti moderati, così, sbandano. E c’è il rischio che vadano a impaludarsi in qualche Grande Centro capace di ingollarsi il Paese. Un acquistrino fangoso dal quale l’Italia non riemergerebbe più. Solo la sinistra può portare innovazione e ragionevolezza in questo mare magnum di postberlusconiani sbandati. Ma la sinistra non può concedere alla palude di formarsi. Non può consentire che questo Grande Centro avvolga il Paese in una spirale. Deve agire e conquistare alla causa quei ceti, quei cittadini, che non sono di sinistra, ma che magari a rinnovare il Paese in senso moderno, europeo, ci starebbero pure. Il frontismo è un atto di resa, in fondo. D’altra parte, puntare tutto sulla comunicazione politica mi sembra da pazzi. Ieri qualcuno ha commentato l’ultimo post dell_Antonio proponendoci un link, quello di Politicount, dove c’è una delle tante classifiche di politici in rete. Primo Berlusconi, secondo Vendola. Quindi? Da quando la politica (non la comunicazione politica) si fa con le classifiche di gradimento, tipo hit parade? Tempo fa citammo Klout, dove in testa c’era Zingaretti, poi Bersani, poi Renzi, poi Casini. Klout misura l’influenza, i feedback, non solo l’amicizia di questo o quello. Politicount vs Klout? Clicchiamo su I like e abbiamo fatto la nostra rivoluzione personale? Wow!

Io lo so di chi è la colpa. È della legge sui Sindaci, prima ancora che del Porcellum (che è venuto dopo). Avrà pure assicurato la governabilità locale, ecc. ecc. Ma ha personalizzato ai massimi la politica, ha ridotto i partiti ad ancelle, ha coperto tutto col velo delle coalizioni, ha aperto le maglie e ha consentito a tutti, proprio a tutti, compresi quelli senza alcuna esperienza e senza nemmeno il senso della politica ma solo quello delle proprie ambizioni, di sedere su uno scranno di assessore. Lì è cominciato un bel pezzo di antipolitica, non come reazione dei cittadini alle ruberie, ma come autogenesi, quasi come un portato autoimmunitario. Una bestia che è cresciuta dentro, persino tra le grida di gioia. Il 1992 è un anno simbolo, l’anno terribile della nostra vita politica: tangentopoli, il virus antipolitico, i picconatori e poi Berlusconi in una sequenza davvero mozzafiato. È lì che comincia tutto, proprio quando ritenevamo che stesse invece iniziando una nuova stagione. Si chiama eterogenesi dei fini: tu pensi di ottenere ‘A’ e invece ti ritrovi con ‘B’. E ‘B’ è la palude, sono le macerie che ci circondano. Come se non bastasse (ma guarda un po’!) ci si mette pure il terrorismo, implacabile nella sua puntualità, e Grillo sembra persino l’esito migliore possibile tra le tante sciagure che potrebbero ancora abbattersi su questo disgraziato Paese. Oggi, la comunicazione-politica, questa sciagura che ci perseguita e che si affaccia anche dal link di Policount, è solo la prosecuzione logica, quasi banale, del disastro che si è compiuto negli anni. E poi c’è ancora qualcuno che dice che il problema è il PD? Ma meno male che c’è il PD, l’ultimo partito, l’ultima ragione di esistenza della politica-politica, l’ultima speranza consentita in questo mondo di rivoluzionari in rete.


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9 maggio 2012

Progressisti e moderati

Siccome il mondo politico-giornalistico è strapieno di quelli che chiedono al PD di scegliere, di dire che cosa vuole fare, ecc.. Io dico che costoro o sono sordi, o non capiscono, o ci fanno. Propenderei in linea di massima per la terza che ho detto. Bersani e D’Alema (solo per dirne due) ripetono instancabilmente da mesi che all’Italia servirebbe un alleanza di progressisti e moderati, nonché una riforma elettorale e istituzionale che rilanci la politica e il ruolo del Parlamento, invece di deperirlo. Ovviamente si fanno orecchie da mercante e ci limita a tirare il PD per la giacchetta o accusarlo di immobilismo o indecisionismo. Ecco il senso delle varie foto a cui si appellano un po’ tutti.

I recentissimi risultati elettorali hanno chiarito che SEL e IDV, da soli, al massimo promuovono candidati alle primarie di coalizione cercando di battere quello designato dal PD. Per il resto godono di una ristretta manciata di punti elettorali. L’UDC di Casini, per ammissione del Capo, ha visto morire il progetto Terzo Polo e oggi si accinge all’ennesima avventura del Partito della Nazione. Forse dovrebbe ammettere che le rendite di posizione centriste funzionano in un sistema politico strutturato, non sulle macerie dell'attuale. E allora, ci vuole molto a capire che un asse tra queste forze, nel rispetto reciproco, produrrebbe una prospettiva per il Paese che oggi manca? Un’alternativa possibile? Un bel compromesso storico a là Berlinguer, che rimetterebbe al mondo le istituzioni e riaprirebbe le porte a un po’ di speranza?

Anche perché, ha ragione Ciliberto oggi su l’Unità, i calcoli politici e la politologia non bastano a dare conto delle crisi attuale e dei risultati elettorali. Al fondo c’è una abnorme questione sociale che attende risposte serie. Un’alleanza di moderati e progressisti come indica il PD sarebbe il realistico punto di riferimento che oggi manca, ben più di un fronte della sinistra per quanto combattivo. Anche perché ignorare l’apporto delle forze moderate, vorrebbe dire regalarle di fatto al fronte avversario, così, gratuitamente, solo perché a noi piace la purezza della nostra proposta politica. Si badi. Le alleanze non sono un optional in politica, ma un cardine del sistema. Guai a ignorarlo.


8 maggio 2012

Le monadi

 

Gramellini e Geremicca lavorano nello stesso giornale, e probabilmente sono anche vicini di stanza. Comunque hanno un telefono, e potrebbero sentirsi anche solo per dirsi ciao. Così come potrebbero mandarsi dei bigliettini. E invece si ignorano o quasi. Lo deduco da quel che scrivono lo stesso giorno nelle stesse ore sulle stesse pagine. Per Geremicca, nel cumulo di macerie politiche, “solo il PD sembra reggere l’urto dell’esasperazione popolare”: “unico partito realmente strutturato lungo tutta la penisola e che […] gode di un residuo voto di appartenenza che ne permette la tenuta anche in momenti difficili come quello in questione”. Per Gramellini invece il ‘no’ è a tutti i partiti. Il PD reggerebbe solo perché il suo elettorato “ex-comunista ha un senso forte delle istituzioni e dei corpi intermedi – partiti, sindacati – che le incarnano. Ma se il burocrate Bersani – continua Gramellini – continua a considerare il grillismo un’allergia passeggera, lo tsunami dell’indignazione popolare sommergerà presto anche lui”. Cos’è, una minaccia? E da quando il senso forte delle istituzioni è un punto a sfavore? Gramellini sembra dire: cacchio, questi hanno ancora un senso dello Stato e delle istituzioni, e che palle, speriamo si esaurisca presto, che il Parlamento sia bruciato, così crollano anche loro e la facciamo finita. Persino Giannini su Repubblica ammette i progressi del PD, il suo resistere allo smottamento generale. Chiede conto a Bersani (e ti pare!) ancora della foto di Vasto, di quella del Terzo Polo, di quella di Parigi, ecc. Insomma, la solita noia mortale. Se vuole vincere, continua Giannini, Bersani deve dare risposte “serie” agli elettori. Pensate un po’. Come se oggi avesse tergiversato o raccontato barzellette. Io credo invece che gli elettori stiano capendo benissimo, e che il futuro politico del centrosinistra (e del PD che ne è la spina dorsale, non dimentichiamolo) non dipenda dalle fotografie e dagli schieramenti in astratto, ma da quel senso delle istituzioni e dei corpi intermedi che a Gramellini fa proprio schifo. Bersani ha parlato chiaro, e ha già detto: alleanza larga di progressisti e moderati, e riforma elettorale. È un concetto troppo difficile? Sono troppe parole? Vanno scandite meglio, centellinate, serve un esperto in lettura labiale o un logopedista? Vuoi vedere che il ‘burocrate’ Bersani, come dice Gramellini, è molto più sveglio e meno burocrate di quello a cui devi spiegare le cose trecento volte perché capisca? Oppure, semplicemente, non vuole affatto capire se non le proprie opinioni, e preferisce scrivere su schemi già pronti, così si risparmia tempo? Se è così pazienza, ce ne faremo una ragione. Il destino politico del Paese, in ultima istanza, non dipende da quegli opinionisti un po’ svagati che non comunicano nemmeno con i colleghi di giornale. Già immagino la scena alla macchinetta del caffè della Stampa. Geremicca: Ciao Gramy, come va? Gramellini assorto non risponde. Geremicca: Ahò, ma che sei sordo? Gramellini mette 30 centesimi nella macchinetta. Geremicca: Pronto, Gramy, toc toc, c’è qualcuno in casa? Gramellini prende il caffè e ritorna sui propri passi. Geremicca (al collega già di spalle): Buongiorno Gramellì! Bravo, bevi il caffè, così ti svegli.


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7 maggio 2012

Quelli bravi

 

Gira che ti rigira, la lingua batte sempre dove il dente duole. Arturo Parisi, difatti, ha dedicato un lungo intervento su l’Unità a Massimo D’Alema, discutendone le tesi sulla natura dell’impegno politico. Parisi riprende una frase di D’Alema pronunciata 15 (quindici!) anni fa a Gargonza, la quale, con molta probabilità, è rimasta conficcata come un chiodo nella sua mente: “La politica è un ramo delle professioni intellettuali […] L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla ai cittadini è un mito estremista”. Parisi, a sentirla pronunciare, deve essere saltato sulla sedia. Immagino la scena. Oggi si chiede se la politica debba (possa) essere esercitata soltanto da politici professionisti ‘egemoni’ sui cittadini, e da nessun altro.

Le cose non stanno esattamente così, a mio parere. Io credo che D’Alema avesse voluto dire una cosa più articolata. Ossia che per fare politica serve un sapere. Non basta essere cittadini o essere della ‘società civile’ per andare a dirigere con competenza ed efficacia un organismo pubblico. Così come non basta aver letto l’Espresso per avere cognizioni sufficientemente ampie da porsi alla testa di un movimento con esiti credibili. Tantomeno basta sparare a zero su ‘i politici’ per accreditarsi come uomo di Stato o per detenere le competenze giuste per guidare una grande riforma intellettuale e morale. L’appartenenza alla categoria del ‘cittadino’ non è sufficiente ad abilitare al governo un ministro o un assessore (persino un segretario di circolo). La cuoca di Lenin avrebbe potuto guidare un governo ma non in quanto cuoca, bensì solo dopo aver acquisito un sapere adeguato e fatte le necessarie esperienze. Lenin forse voleva dire che tutti possono accedere a compiti di governo, senza preclusioni elitarie, purché non restino semplici cittadini o artigiani od operai. Mi pare persino banale.

La politica è un sapere. Non è roba da improvvisatori. Le competenze specialistiche altre (come quella di fare l’elettricista) non bastano e non servono. Serve studio, lavoro, esperienza come in tutte le attività umane. E poi, consentitemi, è necessario anche un briciolo di talento. La differenza tra un cavallo di razza e un politico sordo e grigio è lampante ed evidente a tutti. Ma anche il talento va sostenuto dalla fatica del sapere. Ha ragione D’Alema: restituire la politica ai cittadini è un mito estremista. A meno che questi cittadini non ‘sappiano’ il dovuto. Senza questo sapere, senza una vera discontinuità rispetto al semplice compito di cittadino magari indignatos, si diventa soltanto massa di manovra del Berlusconi o del Grillo parlante di turno. Altro che ‘partecipazione’. Qui non è in discussione la ‘partecipazione’, qui non si sponsorizza l’elitismo (come giustamente mette in guardia Tronti oggi sulla nuova Unità), anche se le élite sono un ganglo vitale delle democrazie moderne. Qui si dice una cosa diversa e sin troppo ovvia: per essere classe dirigente politica adeguata bisogna essere bravi, non solo cittadini o idraulici o membri della società civile. E i politologi putacaso dovrebbero saperlo. Credo che Parisi non si farebbe mai operare di appendice da un salumiere in vena di partecipazione alla professione medica. O si?

Nella foto, un termoidraulico in vena di partecipazione mentre toglie democraticamente un dente a una vicina di casa di Parisi, consigliata in ciò da lui medesimo.


4 maggio 2012

La Cina è vicina

 

Ha ragione Prospero oggi su l’Unità. Nessun tecnico può essere in grado di lenire la ferita sociale, e sanare la lacerazione profonda che taglia in due il Paese. Semmai il rigore senza crescita di questi mesi è come gettare sale e inasprire la piaga. Se non ci fosse la politica questo dolore sociale resterebbe inespresso e inascoltato, e le persone perderebbero la loro anima per essere parificate a semplici utenti di un servizio sempre più costoso e inaccessibile. Ora, è proprio qui che la politica e i partiti ha una loro inderogabile necessità. La tecnica riduce la vita a mero computo di bilancio, la politica deve invece riaprire uno spazio di partecipazione e di ascolto, e sbaragliare il fronte ragionieristico che prende piede. Ciò non vuol dire demonizzare i conti pubblici, ma significa svolgere il compito essenziale di mantenere o ripristinare la coesione sociale, prima che la società si incendi o, peggio, divenga un informe mollusco. Il partito democratico ha uno scopo essenziale, quello di non lasciare solo il disagio sociale che cresce col sopraggiungere delle scadenze di pagamento e dei costi.

Se le famiglie oggi cedessero di schianto, crollerebbe un pezzo consistente di welfare, quello di cui Giavazzi non parla, quello solidale, parentale, amicale, di base, quello delle relazioni personali, volontaristico, che sopperisce ai tagli e ai risparmi di cui invece sproloquiano i liberisti da Corsera. Parlo del welfare del padre di famiglia che lavora dal lunedì al sabato sera per offrire ai propri figli l’opportunità di studiare. Parlo della madre di famiglia che si sobbarca un lavoro, più la casa, più i figli più altre mille incombenze per garantire un sostegno sociale che i servizi comunali garantiscono solo agli evasori con un ISEE sbalorditivo. Parlo dei ragazzi che scappano all’estero per studiare, che sgobbano sui libri inutilmente, che cercano lavoro ma non lo trovano, che spesso non cercano nemmeno più nulla, nemmeno i sogni. Parlo di anziani che campano con meno di mille euro al mese, e lo fanno perché da decenni i sacrifici appaiono loro talmente naturali che non sembrano nemmeno più sacrifici, bensì esistenza ordinaria. Parlo di chi a 50 anni scopre che la vita è ancora in salita, mentre l’entusiasmo viene a mancare. Parlo di famiglie, di lavoratori dipendenti, di giovani, che hanno pure l’incarico sempre più difficile di tenere in vita i consumi, sennò le aziende e i negozi chiudono! Capite?

A costoro i super tecnici dicono che serve rigore. Ok, ma poi? Poi forse lo sviluppo, ma non subito, dopo, più in là, magari quando il governo tecnico andrà in crisi e si voterà nelle condizioni peggiori possibili. La solita fase due che non viene mai, come Godot. Il silenzio della politica, si sa, produce mostri in forma di estesa sofferenza sociale. Ecco perché il PD deve crescere, farsi sentire, non cedere ai tecnici il testimone della rappresentanza, nemmeno per un breve lasso. I ricchi d’altronde poco ne sanno di chi vive ai piani bassi. La Fornero disse che bisogna fare figli senza pensare a dar loro una casa. Per certi ministri l’impiego fisso (cioè non precario) è volgarmente monotono! Ma come, non sapete che cosa significhi spending review? Non avete un personal trainer? E nemmeno andate a Davos a fare relazioni pubbliche? Davvero? Senza politica, senza l’apporto insuperabile della politica (ascolto, partecipazione, partiti, istituzioni), il populismo mediatico-tecnocratico divorerà quel poco di anima e di umanità che ancora ci resta, oltre che impoverirci. La Cina è vicina. Voi dite di no?


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